Luana La Martina è Senior Visualizer, Art Director e visual storyteller che opera all’intersezione tra architettura, design e media digitali. Ha conseguito una Laurea Magistrale in Architettura e un Master di II livello in Architettura Digitale presso l’Università IUAV di Venezia.
Attualmente lavora presso MVRDV a Rotterdam, contribuendo a progetti di grande scala e allo sviluppo dell’identità visiva dello studio attraverso l’image-making e la direzione artistica. Collabora con istituzioni accademiche e studi creativi in Europa, dove tiene lezioni su visualizzazione, composizione e linguaggi poetici dell’immagine.
Parallelamente al lavoro architettonico, Luana sviluppa un percorso artistico personale, esponendo le proprie opere in gallerie d’arte e partecipando a progetti espositivi internazionali. Ha collaborato con campagne pubblicitarie a New York, portando la sua sensibilità visiva e narrativa in ambiti creativi differenti.
Ha condotto workshop e conferenze presso TU Delft, SCAD University, IUAV e Politecnico di Milano, e curato la grafica per pubblicazioni di architettura in collaborazione con La Sapienza di Roma. Il suo lavoro indaga come tecnologia e narrazione plasmino la cultura visiva contemporanea, esplorando il confine tra estetica, esperienza e comunicazione.
Partiamo dal principio: dal MADI fino ad arrivare a Rotterdam in uno studio iconico come MVRDV. Qual è stato lo step fondamentale o il progetto che ti ha fatto capire di essere pronta per il grande salto internazionale?
Non è stato un salto improvviso, ma un percorso costruito nel tempo.
Il MADI mi ha dato una base molto solida, soprattutto dal punto di vista tecnico. Mi ha fornito gli strumenti per poter davvero realizzare la mia visione artistica, non solo immaginarla. Questa sicurezza tecnica è stata fondamentale: sapere di avere i mezzi per costruire un’immagine ti dà libertà.
Allo stesso tempo, lì ho imparato a considerare l’immagine come qualcosa che ha un valore culturale, non solo estetico. Non è semplicemente una rappresentazione “bella”, ma un modo di interpretare e comunicare un’idea.
Il vero cambio è arrivato quando ho smesso di chiedermi se l’immagine fosse abbastanza realistica o perfetta, e ho iniziato a chiedermi cosa stesse dicendo. In quel momento ho capito che il mio lavoro poteva dialogare con una realtà internazionale come MVRDV, dove la visualizzazione non è decorazione finale, ma parte attiva del processo progettuale.
Oggi sei Senior Visualizer. Al di là della velocità tecnica, cosa cambia davvero nel tuo lavoro quotidiano rispetto a quando eri Junior? Quali responsabilità in più ti senti addosso?
La differenza più grande è mentale.
Quando sei Junior sei molto concentrata sul dimostrare di saper fare: vuoi essere precisa, veloce, affidabile. L’attenzione è tutta sull’esecuzione, sul portare a casa l’immagine nel modo migliore possibile.
Con il tempo cambia il punto di vista. Da Senior capisci che non stai solo eseguendo delle indicazioni, ma stai prendendo decisioni. Non riguarda più soltanto il “come” realizzare un’immagine, ma il “perché” farla in un certo modo. Ogni scelta – dall’inquadratura all’atmosfera – diventa una presa di posizione.
Sento anche una responsabilità diversa verso il team. C’è un dialogo costante con architetti e project leader, e a volte significa difendere una scelta visiva, spiegare perché una direzione funziona meglio di un’altra. Allo stesso tempo significa accompagnare i più giovani, lasciare spazio, proteggere il tempo creativo quando possibile.
In fondo non produci solo immagini: contribuisci a costruire un linguaggio. E questo porta con sé una responsabilità che non è solo tecnica o estetica, ma anche culturale.
Il “Look” MVRDV: “MVRDV ha uno stile visivo fortissimo, spesso molto narrativo, colorato, quasi ‘pop’ e distante dal solito iper-realismo freddo. È stato difficile entrare in questo mood visivo? C’è un tipo di ricerca particolare che fate sull’atmosfera prima di iniziare un’immagine?
MVRDV ha uno stile molto riconoscibile, ma non è uno stile imposto. È il risultato di un approccio concettuale molto forte. All’inizio non è stato “difficile”, ma è stato necessario fare un cambio di mindset. Se vieni da un background più orientato all’iper-realismo, devi disimparare l’ossessione per la perfezione fotografica e iniziare a chiederti: cosa sta raccontando questa immagine? Prima di iniziare un’immagine, spesso c’è una fase di ricerca sull’atmosfera: reference cinematografiche, fotografie documentarie, illustrazione contemporanea. Non si tratta solo di moodboard estetiche, ma di capire il tono emotivo del progetto. Che tipo di energia deve avere? Deve essere ironica? Critica? Poetica? È una fase molto intuitiva e molto libera. L’immagine deve essere coerente con l’idea architettonica, non solo “bella”.
Guardando i vostri lavori, la storia sembra sempre vincere sul tecnicismo puro. Quando inizi un’immagine, quanto tempo dedichi a capire cosa deve succedere nella scena (le persone, il racconto) rispetto al setup di luci e materiali?
La narrativa è fondamentale, ma per noi non è mai separata dall’architettura. In studio partiamo sempre da una domanda molto chiara: che tipo di esperienza vuole generare questo progetto? MVRDV disegna architettura, e il nostro compito è tradurre quell’idea in qualcosa che il cliente o il pubblico possa quasi “vivere” in anticipo. Per questo la costruzione della scena è sempre una delle prime discussioni con il team di architetti. Non si tratta solo di inserire persone per animare l’immagine, ma di capire come lo spazio viene usato, attraversato, abitato. Che tipo di energia ha? È uno spazio collettivo, intimo, radicale, ironico? La narrativa nasce da lì: dall’architettura. Poi ovviamente entrano in gioco luce, materiali, atmosfera, e lì il tecnicismo diventa fondamentale. Ma è uno strumento al servizio dell’esperienza. Se riesci a far percepire davvero cosa significherà stare in quello spazio, allora l’immagine funziona. Il punto non è scegliere tra storia e tecnica: è farle lavorare insieme, con l’architettura sempre al centro.
Lavorare a quei livelli significa spesso scadenze strette e concorsi. Hai
qualche ‘trucco del mestiere’ o scorciatoia mentale che usi per mantenere alta
la qualità artistica anche quando il tempo stringe?
Quando il tempo stringe, la cosa più importante è fare chiarezza. Non puoi permetterti di dare lo stesso peso a tutto, quindi la prima operazione è sempre mentale: capire qual è il cuore dell’immagine. Cerco di individuare subito dove deve cadere l’occhio, qual è l’elemento che deve restare impresso. Una volta che quello è chiaro, tutto il resto si organizza intorno. Non tutto deve
essere perfettamente controllato; alcune parti possono restare più leggere, più aperte. È
una questione di gerarchia. A livello pratico, un trucco mentale che uso è lavorare per livelli di intensità: porto subito al 70% tutta l’immagine, e solo dopo spingo al 100% le parti chiave. Questo evita di perdere ore su dettagli che, in fondo, non cambiano la lettura complessiva. E poi c’è qualcosa di meno tecnico ma altrettanto importante: fidarsi dell’istinto. Quando lavori a questi ritmi, spesso la prima intuizione è la più sincera. Cercare la perfezione assoluta può rallentarti; cercare la chiarezza, invece, ti mantiene lucida.
Tema inevitabile: l’Intelligenza Artificiale (Midjourney, ecc.) sta cambiando il modo in cui lavorate lì in studio, magari in fase di concept? La vivi come un aiuto per velocizzare o come una minaccia per l’identità artistica?
Strumenti come Midjourney, Stable Diffusion, ComfyUI, Nano Banana, ma anche piattaforme emergenti come Sora, Veo o Kling, stanno inevitabilmente cambiando il modo in cui immaginiamo e produciamo immagini. È un passaggio storico, non una semplice moda. In studio li usiamo soprattutto nelle fasi iniziali, quando esploriamo atmosfere, cromie o suggestioni spaziali, ma anche per perfezionare, upscalare e arricchire le immagini generate. Ci permettono di testare rapidamente scenari che prima avrebbero richiesto giorni di lavoro, accelerando la fase concettuale e la produzione senza compromettere la qualità.
Ma non sostituiscono mai il pensiero progettuale. L’immagine architettonica non è solo estetica: è un modo per raccontare come lo spazio verrà vissuto. L’AI può generare infinite possibilità, ma non decide quale sia coerente con il progetto o con l’esperienza che vogliamo trasmettere.
Non la vedo come una minaccia per l’identità artistica, perché questa non sta nello strumento, ma nella capacità di selezione e nella coerenza delle scelte. Se non hai uno sguardo chiaro, l’AI amplifica il caos. Se ce l’hai, diventa uno strumento potente per la ricerca. Oggi la differenza non sta tra chi usa o non usa questi strumenti, ma tra chi li subisce e chi li guida.
Per avere idee nuove bisogna guardare altro. Tu da cosa trai ispirazione fuori dall’ufficio? Cinema, fotografia, arte?
Guardo molto cinema, soprattutto film in cui lo spazio e il colore hanno un ruolo narrativo forte. Mi interessano le atmosfere costruite con cura attraverso luce e composizione, il modo in cui un’inquadratura può trasmettere la percezione di uno spazio o guidare l’attenzione dello spettatore. Registi come Wes Anderson, con la sua precisione cromatica e la cura geometrica degli spazi, Denis Villeneuve e Andrej Tarkovskij, per il loro uso della luce e del colore come strumenti emotivi, sono grandi punti di riferimento.
Anche la fotografia contemporanea, il reportage e l’arte visiva sono importanti. Guardare installazioni o graphic design spesso apre prospettive che l’architettura non offre, stimolando idee nuove.
Credo davvero che per avere immagini fresche sia fondamentale uscire dalla bolla dell’archiviz. Il cinema, in particolare, mi insegna molto sul ritmo, sul peso delle immagini e su come lo spazio può essere percepito da chi lo vive, non solo da chi lo guarda.
Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo/a (magari proprio un attuale studente del MADI) che sta preparando il portfolio oggi per puntare a studi come il tuo, cosa dovrebbe assolutamente includere e cosa invece togliere?
La prima cosa che direi è di non cercare di imitare lo studio in cui si vuole entrare. È l’errore più comune. Si pensa che replicare uno stile sia la strategia giusta, ma in realtà quello che colpisce davvero è una voce personale, anche se ancora in costruzione. Un portfolio efficace non è una dimostrazione di bravura tecnica, è una presa di posizione.
Mi interessa vedere come una persona pensa, come costruisce un’immagine, quali domande si fa. Voglio intuire il processo, non solo il risultato finale. Anche un progetto imperfetto può essere molto forte se racconta qualcosa di autentico.
Quello che toglierei sono i render generici, gli esercizi inseriti solo per mostrare che si sa usare un software, le immagini tutte uguali tra loro. Se ogni pagina potrebbe essere scambiata con un’altra, significa che manca uno sguardo preciso.
E poi credo molto nella sottrazione. Meglio pochi progetti solidi che una sequenza lunga ma poco memorabile. Il portfolio non è un archivio completo di tutto ciò che hai fatto: è una dichiarazione di chi sei e di dove vuoi andare. Se devo essere completamente sincera, quando guardo un portfolio cerco curiosità. Voglio capire se quella persona osserva il mondo, se ha una sensibilità propria. La tecnica si affina nel tempo. Lo sguardo è la cosa più rara.








