Giovanni B. Croce | Founder @ Tauma & Senior Artist @ Secchi Smith

Giovanni Croce (TAUMA) è un artista digitale la cui vita e il cui lavoro incarnano l’essenza dell’esplorazione creativa. Nato a Torino e cresciuto a Roma, i suoi primi anni sono stati permeati dal ricco patrimonio artistico e culturale italiano. Il suo percorso, tuttavia, lo ha portato ben oltre le sue radici, con esperienze trasformative in Sudafrica, Brasile, Argentina e Regno Unito.

Questi ambienti diversi hanno influenzato profondamente la sua prospettiva, alimentando la sua passione per la narrazione attraverso una lente globale.

Ora residente a Firenze, Tauma prospera in una città dove la tradizione incontra l’innovazione. Il suo lavoro è ispirato dalla perfetta interazione tra l’arte storica e la tecnologia all’avanguardia, riflettendo la sua fede nel potere trasformativo dei mezzi digitali. Affronta il suo mestiere con spirito di curiosità, sperimentando costantemente nuovi strumenti e tecniche per spingere i confini della sua arte.

Le opere di Tauma spesso collegano epoche diverse, reimmaginando temi classici con un tocco futuristico.

1- “Partiamo dall’inizio: qual è stato il momento esatto o il progetto che ti ha fatto capire che la visualizzazione sarebbe stata la tua strada maestra?”

L’ho capito abbastanza presto, molto prima di laurearmi. 

La modellazione 3D mi è sempre piaciuta, anche se non sono mai stato uno di quelli super tecnici, fissati con l’unwrap perfetto o i modelli ultra ottimizzati. Quello che mi prendeva davvero era l’idea di dare forma ai segni che facevo su un foglio, vedere un’idea diventare qualcosa di tridimensionale. Quando vedevo le mie creazioni prendere vita in 3D mi divertivo tantissimo, anche perché non lo vivevo come studio, ma più come un gioco. Passare ore davanti al software mi sembrava di stare dentro un videogioco. La parte progettuale mi è sempre piaciuta, ma nel momento in cui mettevo mano al 3D da renderizzare era lì che scattava qualcosa in più. Durante la magistrale, per esempio, ho fatto fare delle riprese con il drone a Buenos Aires per usarle come base per i render. 

Da lì ho iniziato a esplorare sempre di più questo mondo, fino a farmi completamente assorbire. Il vero punto di svolta è stato quando ho capito che con gli stessi strumenti che usavo per l’architettura potevo creare mondi immaginari, ambienti che non esistevano ma che potevano sembrare reali. Da quel momento, è stata la fine (in senso buono!)

2- “Lavori in una realtà strutturata come Secchi Smith e sei co-founder di Dimensions ETS, un’associazione no-profit orizzontale che unisce artisti digitali diversi. Come convivono in te il rigore richiesto dai grandi progetti internazionali e la libertà collaborativa dell’associazione?”

In realtà convivono abbastanza bene. Col tempo ho capito che esistono tantissimi modi diversi di intendere l’arte digitale e più stai dentro questo mondo, più impari a riconoscerli e ad accettarli. Lavorare in una realtà come Secchi Smith, su progetti grandi e internazionali, ti dà un metodo molto preciso, ti abitua alle scadenze e a un certo livello di responsabilità. È una forma mentis che poi ti porti dietro anche fuori dal lavoro. 

Approcciando a differenti tipi di arte digitale all’inizio mi è capitato di fare fatica a comprendere alcune forme di espressione più libere e di giudicarle in modo superficiale, solo perché non vedevo lo stesso tipo di sforzo tecnico a cui ero abituato. Col senno di poi era semplicemente una mancanza di apertura da parte mia, e prendersi il tempo per approfondire è stato fondamentale.

Con Dimensions ETS c’è una libertà completamente diversa. È uno spazio molto più orizzontale, dove il confronto viene prima del risultato e dove lavorare insieme a persone con background anche molto lontani dal tuo ti costringe, in senso positivo, a mettere in discussione il tuo punto di vista. Alla fine queste due dimensioni non si scontrano, ma si bilanciano: il rigore del lavoro professionale mi aiuta a dare struttura ai progetti dell’associazione, mentre la libertà e la curiosità che vivo in Dimensions mi permettono di tornare al lavoro quotidiano con uno sguardo più ‘fresco’. È uno scambio continuo, e probabilmente è proprio questo equilibrio che rende tutto più stimolante

3-“In Dimensions ETS ci sono fotografi, esperti di glitch art, pixel art e animazione. Quanto è importante per te non chiudersi nella bolla del 3D ma ‘sporcarsi le mani’ con altre forme d’arte digitale? Credi che diversificare gli interessi renda un artista migliore?”

Credo che sia fondamentale. La nostra professione vive di contaminazioni continue con tante altre forme d’arte, anche molto diverse tra loro. Quando lavori su Photoshop, per esempio, stai usando principi che vengono direttamente dalla pittura; quando fai dei test di camera, inevitabilmente entri nel mondo della fotografia. Proprio per questo consiglio sempre di non rimanere chiusi davanti alla scrivania, ma di uscire, guardarsi intorno e lasciarsi contaminare il più possibile da altre discipline, non solo digitali. A volte basta anche solo una passeggiata, osservare uno spazio o una luce particolare, per trovare uno spunto interessante. Sono convinto che tutte le arti si influenzino a vicenda e che più riesci a diversificare le tue esperienze, più arricchisci il tuo sguardo. L’importante, però, è farlo con leggerezza: non deve diventare un compito o qualcosa da fare solo per migliorarsi tecnicamente. È più una questione di curiosità, di rimanere aperti e ricettivi verso quello che ti circonda.

4-“Ripensando al tuo percorso formativo rispetto al lavoro reale in studio: qual è la competenza che hai dovuto imparare faticosamente ‘sul campo’ perché nessuno te l’aveva insegnata durante gli studi?”

Più che qualcosa di tecnico, direi tutto quello che riguarda le dinamiche umane. I programmi e gli strumenti, anche con qualche lacuna che mi porto ancora dietro, in qualche modo li impari: da un collega, da un tutorial, da un corso. Quello che invece nessuno ti insegna davvero durante gli studi è come stare nel mondo del lavoro. All’inizio sei concentrato solo sull’aspetto pratico, pensi “speriamo di essere all’altezza, di riuscire a fare una buona immagine”, e invece ti rendi conto abbastanza in fretta che la parte più complessa è un’altra. È imparare a comunicare, a rapportarti con i clienti, con i responsabili, a lavorare in team e a gestire le aspettative. Soprattutto è capire come ricevere i feedback. All’inizio è normale viverli come qualcosa di personale, quasi come delle frustate, ma col tempo impari a leggerli per quello che sono: uno strumento di crescita. Quando fai questo passaggio, tutto cambia. Il confronto diventa più leggero, il lavoro migliora e anche il rapporto con gli altri diventa più sano. È una competenza che ho imparato faticosamente sul campo, ma che oggi considero una grande opportunità: ti permette non solo di crescere professionalmente, ma anche di sentirti più sicuro, più aperto e più consapevole del tuo ruolo.  

5-“Su Instagram sei @tauma_artist. Quando crei per te stesso, riesci a staccare completamente dal mindset del ‘problem solver’ che serve sul lavoro o le due anime si influenzano a vicenda? Raccontaci di più di questo progetto, com’è nato, dove ti ha portato e che futuro pensi avrà? 

In realtà un po’ te li porti sempre dietro, certi meccanismi del lavoro, anche quando crei senza la pressione del cliente. Dopo un po’ diventano quasi una memoria muscolare. La prima cosa è l’attenzione maniacale al dettaglio, che ti porta a pensare che quello che stai facendo non sia mai davvero pronto. C’è sempre quella vocina nella testa che dice “ok, ma se aggiungi questo… e se curi ancora meglio quest’altro aspetto…”. E a volte mi dimentico che lo sto facendo semplicemente perché mi diverte. Credo sia normale: passi otto ore al giorno ad allenare un certo tipo di sguardo e non è sempre facile staccare completamente.

Proprio per questo, però, questo progetto nasce da un bisogno molto chiaro e da una passione. Ho sempre fatto immagini anche fuori dal lavoro, per puro divertimento, i classici progetti personali. Spesso erano cose che si discostavano parecchio da quello che facevo in studio. Addirittura, nel portfolio con cui sono stato assunto da Secchi Smith, l’ottanta per cento delle immagini non erano di architettura. È una cosa che non incoraggio a fare: un po’ di varietà va bene, ma senza esagerare. Per me però era importante sentirmi libero di sperimentare e lo stavo già facendo inconsciamente.

Questo progetto nasce proprio dalla voglia di creare qualcosa di totalmente creativo, senza le costrizioni del cliente. Ho iniziato con la concept art e col tempo mi sono reso conto che stavo semplicemente dando forma ai mondi che sognavo da bambino, fatti di navi spaziali, DeLorean e robot giganteschi e luccicanti. Come succede spesso, poi, il progetto si è evoluto. Attraverso gli studi, le passioni e le influenze, ha iniziato a trasformarsi in qualcosa di diverso. Oggi è diventato una sorta di dialogo con l’arte classica, mantenendo però sempre quella componente fantastica dei ‘robottoni’. 

È inevitabilmente legato anche alla contemporaneità in cui viviamo, quindi al tema dell’intelligenza artificiale e al rapporto ambivalente che abbiamo con essa, tra il desiderio di abbracciarla e la paura che suscita. In questo senso è anche uno specchio di alcune mie inquietudini, paure e conflitti. È una sorta di inquietudine su tela, anche se ci arrivo con mouse, tavoletta grafica e 3D.

C’è stata una fase in cui cercavo di portare questo progetto al maggior numero possibile di eventi. Oggi invece sto cercando contesti e collaborazioni che lo abbraccino davvero, luoghi e realtà che credano in Tauma e che lo valorizzino non tanto dal punto di vista economico, quanto da quello delle idee condivise. Mi interessa molto quando un lavoro artistico riesce a generare un dibattito, una discussione, anche contrastata. È quel tipo di ambiente che cerco, perché è lì che sento che il lavoro ha davvero senso.

6- “Tra AI e l’evoluzione dei motori di render, come vedi cambiare il ruolo del 3D Artist e delle community artistiche nei prossimi 3 anni? La tecnologia ci unirà o ci isolerà?”

Questa domanda è molto legata anche al mio progetto artistico. Spesso si parla di intelligenza artificiale come se fosse solo uno strumento, ma secondo me non è del tutto vero. Lo è solo in parte. In realtà siamo dentro a un processo che, a livello tecnologico, nella storia recente non ha praticamente eguali. La velocità con cui questa tecnologia evolve è altissima e ci costringe a rimanere costantemente attenti, a osservare cosa succede e a cercare di capire dove si sta muovendo il mercato. Anticiparlo sarebbe l’ideale, ma di fatto è quasi impossibile.

Per questo credo che i nuovi 3D artist non debbano mai perdere la curiosità. È l’unico modo per riuscire davvero a dialogare con questi strumenti invece di subirli. Personalmente cerco di testare qualcosa di nuovo praticamente ogni mese, anche solo per capire come può essere integrato nel mio workflow in base alle esigenze reali. Ho visto alcuni studi opporsi completamente a questo processo, ma secondo me è un approccio destinato a fallire. Mettere l’AI sotto al tappeto per paura non serve a molto: prima o poi riemerge comunque.

Nel futuro ci sarà sicuramente una formazione diversa, che includerà l’intelligenza artificiale fin dai primi step. Questo probabilmente porterà alla scomparsa di una parte di mercato più bassa, perché renderà questo mondo più accessibile. Allo stesso tempo, però, credo che emergeranno ancora di più la specializzazione, la cura del dettaglio e la capacità di far dialogare davvero il 3D con i prompt e con questi nuovi strumenti. Chi riuscirà a specializzarsi nel modo giusto avrà ancora molto spazio.

Più che di isolamento o di unione, quello che temo davvero è l’uniformazione. Vedo sempre più artisti digitali che finiscono per assomigliarsi tutti, come se fossero la copia della copia della copia di qualcun altro. Ed è lì che, secondo me, diventa fondamentale tornare a una visione personale, a un pensiero critico e a una curiosità autentica. È quello che può fare davvero la differenza, anche in un contesto così dominato dalla tecnologia.

7- “Quando devi iniziare un nuovo progetto personale, qual è la scintilla? Parti da un concetto astratto, da un riferimento fotografico reale o sperimenti direttamente nel software finché non ‘esce’ qualcosa?”

In realtà è abbastanza naturale, perché non c’è mai un momento preciso in cui mi siedo e decido che devo pensare a un’idea. Succede più spesso in momenti casuali della giornata, magari guardando un film, una mostra o sfogliando un libro. L’input iniziale, quasi sempre, è visivo. Nella mia testa immagino una certa condizione di luce, un’atmosfera, oppure qualcosa che nasce da un quadro, e da lì inizio a costruire una possibile narrativa. Spesso poi questa cambia strada mentre lavoro, e cerco di non essere troppo rigido su questo aspetto. Voglio divertirmi e lasciare spazio al processo, perché se durante il lavoro viene fuori qualcosa di più interessante, preferisco seguirla piuttosto che restare vincolato all’idea iniziale. Alla fine, molto spesso, il risultato finale è anche molto diverso da quello che avevo in mente all’inizio.

Una cosa che ho notato col tempo è che mettermi direttamente nel software e iniziare semplicemente a “giocare” non mi porta quasi mai alla stessa qualità di output. Quando invece parto da un’idea più chiara, anche solo da uno schizzo, e poi costruisco degli asset appositamente per quella scena, tutto il processo diventa più solido e il risultato finale ne beneficia molto. È come se avere una direzione, anche minima, mi permettesse di essere più libero durante la fase di produzione.

Più che una fotografia, il punto di partenza è quasi sempre un quadro o un frame di opere cinematografiche che mi colpiscono. Sul telefono ho tantissime foto apparentemente inutili, scattate al cinema o a casa davanti alla TV, ma in realtà sono piccoli appunti visivi che tornano utili più avanti. La fotografia, invece, la uso molto di più nel lavoro quotidiano: in quel contesto è quasi sempre la prima reference da cui partire.

8-“Spesso il 3D è solo il mezzo tecnico, ma l’idea arriva da altrove. Qual è la tua ‘dieta visiva’ fuori dal computer? C’è un regista, una corrente artistica o una disciplina analogica (come la fotografia) che influenza costantemente il tuo modo di gestire la luce e la composizione?”

La mia “dieta visiva” ruota principalmente attorno a due grandi ambiti. Il primo è l’arte, soprattutto la pittura (nonostante non sia in grado di tenere un pennello in mano). Andare nei musei e vedere le opere dal vivo per me è fondamentale, perché è lì che riesci davvero a capire la forza di un’immagine. Mi ispirano molto i maestri del tardo Rinascimento e del primo Barocco e, sopra tutti, Caravaggio. Il suo uso della luce e della composizione è qualcosa che mi colpisce ogni volta, sembra sempre attuale. Spesso torno più volte negli stessi musei, perché ogni visita è diversa dalla precedente. A Firenze, per esempio, c’è così tanto da vedere che anche rivedere le stesse opere dopo un po’ ti fa notare dettagli nuovi. Anche quando viaggio all’estero cerco quasi sempre di ritagliarmi del tempo per visitare gallerie o musei.

L’altra grande fonte di ispirazione è il cinema. In questo caso cerco di guardare un po’ di tutto, senza troppe regole, anche se ovviamente ci sono dei riferimenti che tornano spesso. Penso a Andrei Tarkovsky, e a film come Solaris, che mi ha colpito tantissimo per atmosfera e sensibilità visiva. Oppure Ingmar Bergman, soprattutto per il modo in cui usa il chiaroscuro, o Park Chan-wook, per la forza delle immagini e delle inquadrature. In generale il cinema, come la pittura, mi aiuta a ragionare su luce, composizione e ritmo, anche in modo inconscio. Sono tutte influenze che si accumulano nel tempo e che poi, senza accorgertene, finiscono per emergere nel tuo lavoro.

9- “Se potessi dare un solo consiglio a chi oggi vuole iniziare un percorso professionale nel 3D, sarebbe più tecnico (impara quel software) o umano (fai rete/trova una community)

Direi che il consiglio più importante non è tecnico ma umano.

Imparare un software è fondamentale, certo, ma oggi non è più il vero discrimine: i tutorial sono ovunque, gli strumenti cambiano in fretta e quello che oggi è indispensabile domani potrebbe essere già superato. La tecnica si recupera, si aggiorna, si studia. Quello che invece fa davvero la differenza all’inizio di un percorso nel 3D è non farlo da soli.

 Alla fine, entrare in una community non significa solo migliorare tecnicamente, ma crescere come professionista e come persona. È lì che impari a metterti in discussione, ad accettare il confronto e a costruire una mentalità solida. Le opportunità arrivano quasi sempre come conseguenza di questo percorso, non come obiettivo diretto: arrivano perché qualcuno ha visto il tuo impegno, la tua costanza e il modo in cui sai stare dentro a un contesto condiviso. Ed è spesso così che iniziano le cose più interessanti. Se dovessi quindi  dare un solo consiglio a chi vuole iniziare oggi nel 3D, sarebbe quindi più umano che tecnico: rimanere curiosi, farsi domande, confrontarsi con gli altri e dare importanza alle relazioni che costruisci nel tempo.

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